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Intervista a Piero Puggelli, Prato

posted on 05/05/2011
“Il 1° Macrolotto Industriale? Un efficace condominio di lusso multi servizi, tenace nel superare gli ostacoli della burocrazia”
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“E’ certo. Se unite noi imprese possiamo dar vita ad economie di scala vantaggiose per tutti. Con il 1° Macrolotto Industriale di Prato in particolare abbiamo realizzato operazioni altrimenti impossibili, nell’interesse delle imprese e della comunità. Meglio di così….” 

E’ positivo Piero Puggelli, imprenditore e cofondatore della prima esperienza italiana di Area produttiva ecologicamente attrezzata (3100 mq in tutto), strutturatasi attraverso programmi imprenditoriali, volontari e continuativi, per il miglioramento ambientale complessivo. 

Presidente del Consiglio di amministrazione di Filatura a pettine P3 S.p.A., fondata nel 1962, Puggelli ha 34 dipendenti divisi su più sedi (14 persone nella filatura  a 3,5 km dal Macrolotto; 20 nella tintura), un’impresa vivace.

 

Ma com’è nata l’idea di dar vita al 1° Macrolotto? Che servizi volevate venissero attivati? 

“A metà degli anni ’70 siamo stati tra i primi ad insediarci qui, con noi c’erano poche altre industrie del distretto tessile. Eravamo tutte cosiddette imprese “umide” perché necessitavamo di un cospicuo utilizzo d’acqua per i nostri processi produttivi. Eravamo abbastanza impattanti sul territorio, perciò volevamo soprattutto allontanarci dal centro della città, dalle abitazioni civili.  

Pensavamo al nostro Macrolotto come al ‘salotto buono’ della nostra realtà tessile, avrebbe dovuto riprendere l’immagine di Prato nel mondo cioè quella di un tessuto economico particolare, eccellente nel lavoro e dotato di un’ottima capacità di recupero. 

Cruciale per l’avvio del 1° Macrolotto fu un progetto di gestione delle acque. Volevamo assicurare l’approvvigionamento idrico per usi produttivi alle aziende attraverso un impianto di riciclo centralizzato con annesso acquedotto industriale. Siamo riusciti a contenere i costi di produzione dell’acqua di riciclo nelle attività produttive, disincentivando l’uso per scopi produttivi dell’acqua primaria destinata invece alla popolazione di Prato. 

Nell’Apea abbiamo realizzato diversi tipi di servizi, in qualche caso anche accessibili a persone esterne al 1° Macrolotto. Ad oggi abbiamo una segreteria condivisa, una società amministratrice, un impianto antincendio centralizzato, attrezzature sportive in condivisione (campo da calcio, tiro con l’arco…), un asilo nido interaziendale (35 posti) che ha semplificato ai nostri dipendenti la conciliazione tra il tempo di lavoro e il tempo per la famiglia. Vorremmo anche creare una scuola dell’infanzia… Ad essere sinceri qualche progetto è anche fallito. Non abbiamo realizzato l’auspicato servizio telematico interno, o un impianto unico per il sistema fognario della zona, il termovalorizzatore per la produzione centralizzata e congiunta di energia elettrica e vapore…”

 

Cosa vi ha impedito di raggiungere tutti gli obiettivi e, in genere, quali difficoltà avete trovato nello sviluppo dell’Apea?

Lo scontro con la burocrazia è stato all’inizio estenuante. Purtroppo non abbiamo sentito l’amministrazione pubblica vicina, alleata e abbiamo dovuto contrattare, lottare per ciascuno degli obiettivi che ci siamo proposti. Le discussioni con i funzionari comunali  nascevano - e nascono - persino sulle questioni più banali… Oggi però sappiamo come muoverci. La burocrazia è veramente la morte degli imprenditori, specialmente dei più piccoli. Nessuna iniziativa ne è immune. Sprechiamo lì risorse che potremmo usare per essere più competitivi, per garantire un ambiente di lavoro più salubre ai nostri dipendenti. La mia impresa addirittura si è dovuta affidare ad una società esterna per gestire le numerose pratiche burocratiche… Una spesa ulteriore e non produttiva.   

 

A proposito di competitività come vi ponete sul mercato? Prato avverte molto la crisi?  

Per i produttori ‘storici’ la concorrenza primaria è all’interno della stessa Prato. Abbiamo risentito della massiccia immigrazione cinese degli ultimi anni. Lavoriamo tutti nel tessile ma gli standard di qualità e di sicurezza sono diversi. Le conseguenze sono ovvie. Purtroppo gli asiatici producono senza relazionarsi con ciò che li circonda. Usano le risorse del territorio ma non restituiscono nulla alla città. L’integrazione è difficile. Impossibile coinvolgerli in un discorso che aggreghi le imprese sui temi ambientali.  

 

Dalle sue parole mi sembra comunque che lei sia convinto del valore dell’esperienza Apea. La consiglierebbe ad altri imprenditori?

Se fatta bene, l’Apea è una forza. Sono orgoglioso dei risultati della nostra buona gestione. Certo va superato lo scoglio dell’individualismo. Se si è coesi e uniti, tutti ci guadagnano. Grazie alle economie di scala si raggiungono obiettivi altrimenti impossibili, vantaggiosi anche per la cittadinanza. Noi siamo stati molto aiutati dal nostro manager di Apea, Pierpaolo Dettori, una  persona tenace. A lui bisogna riconoscere il merito della riuscita finale. Certo tutti insieme, noi siamo arrivati in fondo. Oggi abbiamo un’area che è il fiore all’occhiello del nostro territorio. Possiamo mostrarla all’Italia e al mondo come un buon esempio, da seguire.